III QUARESIMA - 19 marzo 2017 | Stampa |  E-mail

III  DOMENICA di QUARESIMA – 19 marzo 2017

Es 17,3-7;  Sal 94/95;  Rm 5,1-2.5-8;  Gv 4,5-42

O Dio, sorgente della vita, tu offri all’umanità riarsa dalla sete l’acqua viva della grazia che scaturisce dalla roccia, Cristo salvatore; concedi a noi il dono dello Spirito, perché sappiamo professare con forza la nostra fede, e annunciamo con gioia le meraviglie del tuo amore.

“Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”

“Mentre eravamo ancora nel peccato, Cristo è morto per noi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto…”

“L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna…”

 

Come annunciato domenica scorsa, oggi ci confrontiamo con la nota pagina di san Giovanni,  l’incontro di Gesù con la donna samaritana:  due particolari intendo approfondire insieme con voi: il versetto 14, “L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna…”, e il versetto 42, “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo.”. Aggiungo un’altra equazione al nostro ‘sistema’, attinto dalla lettera ai Romani, vv. 7 e 8: “Mentre eravamo ancora nel peccato, Cristo è morto per noi.  Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto.”.

La dichiarazione di Paolo ai cristiani di Roma, piuttosto amara e disincantata, delinea un quadro della comunità cristiana del primo secolo a dir poco inquietante:  è vero, san Paolo visse il tormento della fede esprimendo il frutto della sua conversione in modo radicale, fino a pagare con la vita l’adesione a Cristo e l’amore per la sua chiesa.  Proprio perché l’apostolo dei pagani non risparmiò nulla di sé, vivendo integralmente ciò che predicava, (san Paolo) esige da coloro che hanno aderito alla fede, lo stesso zelo, la stessa disponibilità a vivere e a morire in nome di Cristo crocifisso e risorto.  Il coraggio della fede si declina in una storia, quella di Paolo, tormentata, anzi, incrudelita dalle persecuzioni promosse dai Giudei e condotte dalle autorità dell’impero romano.  Credere in Cristo, non solo a parole, non solo nell’intimo della propria coscienza e nel segreto della propria casa, ma alla luce del sole, senza paura e senza compromessi, costava la vita.

Comprensibile che, tra le file dei cristiani, molti – la maggior parte? – mantenessero per così dire una linea di basso profilo.  Ma Paolo dice qualcosa di più:  non allude solo al coraggio della fede;  lascia intendere che l’annuncio cristiano non può conoscere discriminazioni quanto ai destinatari.  In altri termini, il convertito di Damasco denuncia che, contrariamente alla volontà di Cristo, coloro che annunciavano il Vangelo selezionavano il pubblico, distinguendo i meritevoli – i cosiddetti giusti – dai non meritevoli – gli empi, coloro che vivevano ancora nel peccato –.  E neppure per un giusto, obbietta Paolo, un cristiano sarebbe disposto a dare la vita:  finché la fede si risolve in una bella predica, in una denuncia verbale, in moralismo formale…  siamo tutti pronti a dichiararsi cristiani.  Ma se appena sentiamo odore di ritorsioni politiche, di emarginazione sociale, anche solo di derisione a motivo della (nostra) fede, beh, discutiamone un attimo e distinguiamo quando e con chi è opportuno scoprire le carte, e quando e con chi non è invece opportuno.

E così l’azione cristiana si riduce a giocare in casa, al sicuro delle mura di una parrocchia, di un movimento, o di un gruppo.  E così …neanche un segno di croce prima di mangiare, a casa, men che meno in pizzeria!  Qualcuno ha pure la sfacciataggine di invocare la virtù della discrezione… Vergogna!

Senza arrivare agli eccessi a cui alludevo sopra, è comunque opinione diffusissima (tra i cristiani) che la fede sia un fatto intimo personale, che si vive nel privato e non pubblicamente.  E se qualcosa diciamo, o facciamo mossi dalla fede, sono pochi quelli che danno ragione delle loro convinzioni e delle loro azioni dichiarando:  “Io penso così, io agisco così, perché credo in Gesù Cristo!”.

Sarà per pudore? Sarà piuttosto perché non siamo del tutto convinti delle nostre reali motivazioni?...

Le letture di oggi ci ricordano che la fede non può essere intesa e vissuta come un aspetto intimo e privato, non testimoniata esplicitamente in una condotta conforme.  Se la nostra vita di relazione non è animata e fecondata dalla fede, siamo fuori dal concetto di fede cristiana.

Non a caso, il Signore conclude virtualmente la sua predicazione con le famose parole: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (…) .  Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25).  Nella suddetta descrizione il Signore non aggiunge l’aggettivo ‘cristiani’ a distinguere i ‘suoi fratelli più piccoli’ dagli altri bisognosi della carità…

E quando il Signore incontra qualcuno e compie un miracolo, oppure semplicemente conversa con lui, non si accerta prima se sia religioso oppure no, se sia giusto o empio, se sia in grazia di Dio…   Il Vangelo di oggi ne è una prova lampante:  non solo quella donna era samaritana, ma era pure persona dalla morale non proprio esemplare …e questo Gesù lo sapeva bene e glielo disse in faccia.

…E poi Zaccheo, l’adultera, il centurione romano, la prostituta, lo stesso Ponzio Pilato, il buon ladrone,… uomini  e donne che, fossero vissuti oggi, non sarebbero stati dei nostri… non avrebbero frequentato gli ambienti cattolici…  Gesù visse per loro e per loro morì!

E per questo amore, il Signore venne criticato, giudicato, infine condannato e ucciso …come uno di loro, un empio e un bestemmiatore.

Concludo citando per l’ultima volta le parole di coloro che avevano ricevuto l’annuncio dalla samaritana, erano accorsi a vedere Gesù, e lo avevano pregato di rimanere: il famoso detto latino, tratto ancora da san Paolo: “fides ex auditu”, la fede dipende dalla predicazione (cfr. Rm 10,17), si fonda su pagine evangeliche come questa.  La samaritana intuisce che Gesù è il Messia atteso da secoli, corre in paese a dare l’annuncio, e questo annuncio produce in coloro che ascoltano, ciò che aveva prodotto nel cuore della donna. È la dinamica della Verità evangelica, la quale, annunciata, genera in chi accoglie con cuore puro e senza pregiudizi, l’incontro col Cristo;  o, come afferma il documento conciliare sulla Rivelazione “Dei Verbum” (cap.5): “L’evento, raccontato, genera l’evento in chi ascolta”.

Non ha senso tenere nascosto nel nostro cuore il messaggio di liberazione rivelato dal Signore;  anche questo lo dichiara il Maestro di Nazareth in modo forte e chiaro:  “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti coloro che sono nella casa.  Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.” (Mt 5,15-16).  È Parola del Signore.