II Domenica di Pasqua - 23 aprile 2017 | Stampa |  E-mail

II DOMENICA DI PASQUA – 23 aprile 2017

At 2,42-47;  Sl 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

Signore nostro Dio, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo figlio, accresci in noi la fede pasquale, sulla testimonianza degli apostoli, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova.

“Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.”

“Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani;  e non essere incredulo, ma credente!”

Domenica della Divina Misericordia, così ha voluto intitolare san Giovanni Paolo la seconda domenica dopo Pasqua, o domenica in albis (deponendis), come la chiamavano gli antichi, in ossequio all’uso prescritto ai neobattezzati, di deporre la veste bianca con la quale erano stati rivestiti  otto giorni prima, la notte di Pasqua.

Chi non conosce il capolavoro di Caravaggio che rappresenta Tommaso apostolo, mentre letteralmente infila un dito, anzi due, nella ferita aperta del costato di Gesù…

Michelangelo Merisi delinea aspetti teologici interessanti, traducendoli in forme e colori, segno che aveva intuito la verità profonda nascosta e al tempo stesso espressa nell’ultimo capitolo del quarto Evangelo;  pardon, penultimo… Gli esperti ritengono che l’ultimo capitolo, il ventunesimo, sia stato aggiunto successivamente:  e, in realtà, le ultime parole del Vangelo di oggi costituiscono una conclusione solenne dell’opera di Giovanni:  “Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.”

Il gesto liturgico di deporre la veste bianca sta a significare che la Grazia del Battesimo era, è ‘scesa’ nel profondo del nostro intimo, è stata assimilata e non ha più bisogno di essere manifestata esteriormente con un abito particolare. Ciò che conta è vivere la Grazia del Battesimo nella vita quotidiana: “l’abito non fa il monaco”… la divisa, il vestito – compreso quello della sposa! – non solo non proteggono dalla tentazione di conformarci alla mentalità di questo mondo, come scrive san Paolo ai cristiani di Roma (Rm 2), ma costituisce ‘solo’ un segno, un simbolo: come tale, allude ad una realtà complessa, che sta dietro e dà senso al simbolo stesso; diversamente sarebbe una finzione;  fingere di credere, credere in astratto, credere a parole, ma non nei fatti, è il peccato più grave che possiamo commettere!

Giovanni lo mette in luce ripetutamente, presentando il conflitto tra Gesù e i farisei: il Figlio del falegname li chiama appunto ipocriti, coloro che fingono

Tanto vale dirlo;  in parecchie circostanze, commentando fatti e persone, anche noi abbiamo detto: “Se non vedo, io non credo!”.

Ormai è storia vecchia: ‘credere’ e ‘vedere’ sono due azioni che insieme non possono stare, né l’una può conseguire all’altra.  Non possiamo affermare:  “io credo perché ho visto di persona!”: l’evidenza di un fatto esclude automaticamente l’atto di fede.

Ecco perché il Signore ci ricorda che si crede (soltanto) quando non si può vedere.

Dobbiamo scegliere: vedere, oppure credere E dobbiamo chiederci perché crediamo!

Nella fede, gli automatismi funzionano poco, niente…

Intendiamoci, possiamo anche decidere di non credere: e questo il Signore lo sapeva, questo il Signore lo sa.  La fede è un atto libero della volontà:  non si può forzare nessuno a credere;  Dio non ci obbliga a credere in Lui, a credere nella Sua risurrezione, a credere nella Sua presenza tra noi, dentro e fuori di noi.

E, con buona pace delle mamme e delle nonne, non è un motivo sufficiente per credere, compiacere il loro desiderio religioso, legittimo, per carità, ma del tutto inutile…

Credo in Cristo, per Cristo, per nessun altro:  credo perché l’ho conosciuto, perché ho imparato ad amarlo, nonostante la fatica di credere e di amare qualcuno che non vedo e che non sento.

Un particolare della vicenda di Tommaso apostolo mi ha sempre fatto pensare; e non si tratta di un dettaglio…   Mi riferisco al fatto che il Risorto si fa riconoscere dalle sue ferite:  il mistero della risurrezione supera, certo, il supplizio della croce, con tutto il suo carico di dolore fisico, di vergogna spirituale e psicologica – il rifiuto da parte del popolo, i tormenti dei soldati, gli scherni dei dottori della Legge, l’umiliazione… –;  tuttavia niente della Passione può essere annullato dalla gloria della Domenica di Pasqua!

Addirittura, il quarto Evangelo utilizza il verbo ‘glorificare’ – il Padre glorifica il Figlio, e nel Figlio, (il Padre) glorifica se stesso – nel significato di ‘innalzamento’…

In altre parole, Gesù riceve Gloria dal Padre nel momento in cui dà la vita per noi, manifestando a quale punto, oltre quale limite può giungere l’amore del Padre suo:  amare il mondo senza fermarsi davanti a niente e a nessuno, significa amarlo anche se il mondo non ricambia l’amore, anche se volta le spalle a Dio, anche se alza le mani contro Dio, anche se uccide Dio…

Per questo i segni della passione non possono rimarginarsi, né scomparire dalle mani, dai piedi e dal costato di Cristo….  Per prima cosa, perché Gesù è diventato il Cristo proprio in forza di quei segni. E poi perché quei segni sono efficaci oggi, come in quel tempo, oggi, come nell’ora della nostra morte.

Così sia!