CONFERENZA: "La seduzione trasparente"

 

La seduzione trasparente

(marzo 2011 – Politecnico di Milano)

 

Parlare di seduzione trasparente, o di trasparenza della seduzione potrebbe sembrare un controsenso: per sedurre, un soggetto deve possedere una sostanza, uno spessore; e la trasparenza, potremmo dire, è inversamente proporzionale allo spessore. Sto parlando per immagini ovviamente.  Spero che il titolo si chiarisca strada facendo.

Ho accolto l’invito del Professor Vaerini come una sfida, una sfida a trattare un tema nel quale credo, ma del quale non mi era mai stata data l’opportunità di raccontare.  E comincio proprio raccontando un aneddoto della mia vita:  ero già frate da dieci anni, ma non ancora sacerdote:  stavo partendo per una serie di concerti negli Stati Uniti e il mio Superiore mi domandò a bruciapelo che cosa fosse per me la musica:  senza esitare, così di slancio, risposi che la musica era per me come un fiume in piena, che mi travolgeva e che non ero in grado di controllare; giuro, a quel tempo era così!  la maggior parte degli esami di università dovetti ridarli più volte, proprio per questo! il giorno dell’appello, per abbassare la tensione dell’attesa, pensavo ad una musica – che so, una canzone, o una sinfonia –; ma, quando il professore mi chiamava a sostenere l’orale, la musica che avevo in testa non staccava, mi impediva di ascoltare la domanda e di rispondere…  finiva che facevo praticamente scena muta, con l’esito che tutti potete intuire…

Tornando alla risposta che avevo dato al Superiore, il buon frate, che non si intende di musica, ma si intende molto bene di dinamiche delle emozioni e degli affetti, mi rispose che soltanto imparando a dominare la passione artistica e non a farmi dominare, avrei dato il meglio di me.

Mi consigliò saggiamente di iscrivermi ai corsi che si tengono a Sylvanes, un’antica abbazia vicino a Bordeaux, dove i più grandi maestri di musica, pittura, architettura, scultura, vetreria… tengono stages di arte applicata alla liturgia… Vivendo per un0intera estate accanto a quegli artisti di fama internazionale, cominciai a capire ciò che fino ad allora mi era sembrato assurdo: che cioè l’intelletto può educare e orientare le energie che bollono e ribollono nel profondo, per produrre un’opera migliore…  Il detto “genio e sregolatezza” può essere vero per qualcuno, ma non per me.  Questo è comunque il mio punto di vista; come tale, è opinabile e discutibilissimo.

Fine dell’aneddoto.

 

2.  Esperienza artistica ed espressione artistica

Ho esordito citando il verbo ‘raccontare’.  L’arte non può descrivere, può solo raccontare.

Penso al musicista, al pittore, allo scultore, al maestro orafo, all’architetto...

L’artista non descrive, l’artista racconta.

Si descrive un oggetto esterno a sé, del quale non si ha un’esperienza diretta e immediata, ma solo mediata, nella quale non si è coinvolti vitalmente – può essere un fatto di cronaca, un teorema geometrico, una legge fisica… –.

Si racconta invece un’esperienza vissuta in prima persona.  Nel manufatto artistico c’è colui che lo ha prodotto;  ma non solo!  Un’esperienza coinvolge sempre più di un soggetto – non si fa storia da soli! –.  E visto che l’arte è il linguaggio più elevato, più perfetto, più sublime, puro e rarefatto nel quale l’uomo sia in grado di esprimersi, l’esperienza che nessun altro linguaggio che l’arte può esprimere non è un’esperienza qualunque, un’esperienza ordinaria, ma possiede sempre un che di stra-ordinario che va cioè oltre l’ordinario.  Vi invito a distinguere l’esperienza dell’artista, dalla espressione artistica. L’esperienza dell’artista precede dunque il capolavoro. L’opera d’arte non è l’esperienza, l’opera d’arte racconta l’esperienza, ne è una sintesi, soltanto una sintesi, per di più incompleta.  Perché, lo ripeto ancora, non si può rendere l’esperienza artistica nei termini precisi di una descrizione.  La descrizione si avvale di un linguaggio denotativo, che ha la pretesa di dire tutto con rigore scientifico.  Provate a pensare al linguaggio matematico – mi riferisco alla matematica euclidea –: il mondo della matematica tradizionale è il mondo delle definizioni.

De-finire significa anche tracciare un perimetro intorno all’oggetto che lo contiene tutto.

L’esperienza dell’artista è riconducibile ad un esperimento scientifico che si può ripetere tale e quale indefinite volte e si può descrivere con rigore esaustivo?  L’esperienza dell’artista è particolare, unica, originale, irripetibile… “de particulari non est scientia”, dicevano gli antichi…

Pertanto l’esperienza artistica non si può descrivere con una linguaggio denotativo, ma esige un linguaggio diverso, suo proprio, il cui fine non è quello di descrivere nei minimi particolari: il linguaggio dell’arte sarà allora connotativo, cioè simbolico; racconta qualcosa dell’esperienza e lascia aperto il canale della contemplazione, avviando ad una comprensione ulteriore; il linguaggio artistico consente infine a colui che guarda e ascolta di fare lui stesso un’esperienza analoga a quella raccontata dall’artista, ma personale, a sua volta unica, originale, irripetibile.

Il linguaggio artistico, simbolico, è l’unico adatto ad esprimere l’esperienza artistica perché l’esperienza  è molto molto più vasta di ciò che un tratto di colore, una nota musicale, un profilo architettonico sono in grado di comunicare.

Questa è ad un tempo la forza e la debolezza dell’espressione artistica.

Conosco artisti che non riescono a decidere se e quando la loro opera è terminata, perché ne colgono ancora e sempre l’incompiutezza, e dunque l’inadeguatezza rispetto all’intero dell’esperienza che li ha segnati.

Arriva il momento in cui l’artista deve separarsi dal suo capolavoro: deve pertanto intervenire un fatto esterno che separi l’oggetto dall’autore, tagliando per così dire il cordone ombelicale…

Per quanto si possa aggiungere, rifinire, correggere, non sarà mai possibile contenere il tutto in un frammento… (D.Bonhoeffer);  a meno che non si affidi il proprio vissuto ad un linguaggio che è per natura sua allusivo, evocativo come quello dell’arte.  L’artista lo sa, ma prova sempre dolore a mettere punto, a sigillare per sempre un lavoro: è il senso del limite umano, la prigione più dolorosa che un artista possa patire;  eppure è l’unica condizione di possibilità, per liberare la sua esperienza e comunicare ciò che altrimenti non sarebbe comunicabile.

Proverbiale il caso di Michelangelo che, si racconta, avesse infierito sul suo Mosè, perché non gli parlava;  Mosè ricevette da Dio le 10 Parole, le uniche che Dio avesse mai pronunciato di persona;  ma il Mosè di Michelangelo non poteva parlare! Possiamo intuire il tormento del grande maestro rinascimentale: ricevere la Parola di Dio e non poterla ‘dire’ con parole, era, è un limite inaccettabile!  …e pensare che il Mosè della S.Scrittura era pure balbuziente!

Cinque secoli dopo Michelangelo, Maurice Durufle, il maggior compositore di musica per organo e di polifonia sacra che la Francia abbia conosciuto nel ‘900, scrisse appena 15 pezzi, nella sua pur lunga carriera artistica di autore; anche lui, come Michelangelo, soffriva di quella patologia spirituale: il dolore dell’incompiutezza… Durufle era letteralmente ossessionato dalla perfezione:  continuava a limare, a rifinire i suoi spartiti, nel disperato tentativo di esprimere con le note la sua esperienza religiosa. Se provate ad ascoltare il suo Requiem scritto in memoria del padre nel 1940, riuscite a sentire la voce di Dio e la voce dell’uomo che dialogano, in un’alternanza di sentimenti che a malapena le suggestioni musicali riescono ad evocare.

Questo è il tormento dell’artista.

 

3.  Il testimonio dell’arte

Ciò che rende bella e seducente l’opera d’arte non è l’opera in sé, ma l’esperienza a cui allude.  L’opera d’arte deve se-durre lo spettatore, per condurlo a quell’esperienza. Un’opera che seduce, ma non conduce non è vera arte. Ecco spiegato il motivo del titolo.

So di toccare un tema assai delicato e controverso, particolarmente oggi, che la cosiddetta arte è a dir poco sfacciata, ostenta più che ostendere, enfatizza… facendo a mio avviso operazione contraria a quella per cui (l’arte) è nata. Ciò che viene abitualmente identificato come opera (d’arte) è spesso un conceptum autoreferenziale, annuncia se stesso, è fine a se stesso, non conduce a nient’altro che a se stesso.  È estetico, ma nel senso di decorativo: il significato originale del termine greco, è invece funzionale.

Io mi intendo un po’ di liturgia, linguaggio artistico per eccellenza, che utilizza tutte le arti, per esprimere l’esperienza di Dio fatta da un popolo, cioè per celebrarla – dal latino celeber che significa frequentato –.

Si potrebbe dire che l’arte liturgica raggiunge il suo obbiettivo per via di levare.  Al contrario, caricare il rito aggiungendo simbolo a simbolo, moltiplicando le didascalie di spiegazione dei simboli…  non favorisce l’accostamento del Mistero celebrato, ma al contrario, lo scoraggia, lo mette in fuga!

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”:  così Ungaretti, in una delle sue più celebri poesie, parlava dei soldati senza neppure nominarli – se si eccettua il titolo –!

Ecco che cos’è l’allusività dell’arte.

Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, recita il Salmo 23: l’espressione è assolutamente completa, nella sua apparente genericità e superficialità…

Ho parlato sopra di se-duzione:  va da sé che seduce ciò che incarna i canoni della bellezza.

Ho detto anche che non si fa oggetto di rappresentazione artistica se non un’esperienza che va oltre l’ordinario.  L’ordinario non ha nulla di seduttivo… lo straordinario sì, il trasgressivo sì!

In altre parole il BELLO tout court.  La bellezza è straordinaria, la bellezza è trasgressiva.

Questi due aggettivi possono facilmente essere equivocati, meglio spiegarli.

Straordinario non è sinonimo di inusuale, di complesso, di fuoriserie. Al contrario, è straordinario l’assolutamente semplice! Proprio perché la semplicità non è per niente ordinaria, ma è, anzi, sempre più rara. La buona vecchia metafisica, identificava l’essere più semplice per eccellenza con Dio.  Dio è l’Unum, Bonum, Verum, Pulchrum.  Ora non vorrei scadere nel banale, o nello patetico zuccheroso…  ma che cosa c’è di più straordinario di un semplice giglio di campo?  “Vi dico che neppure il re Salomone, in tutta la sua gloria e ricchezza vestiva bene come un giglio di campo.” (cfr. Mt 6,29).

Trasgressivo: comunemente si identifica come trasgressivo qualcuno, o qualcosa che si oppone alla norma, al costume, alla tradizione…  Chi di noi, quand’era adolescente, non ha provato il sottile piacere della trasgressione, del proibito?  Senonché, la vera trasgressione non è ciò che va contro il modo comune di pensare e di agire, per spirito di contraddizione, o per protesta; il vero trasgressivo è ciò che va oltre, che è di più, che non può restare all’interno dei canoni, ciò che non può essere contenuto dagli argini ma li contiene a sua volta.

L’esperienza artistica è intrinsecamente trasgressiva, come la fede; la conseguente espressione artistica non potrà che essere trasgressiva.

Qualcuno potrebbe obbiettare che il discorso sull’indole trasgressiva dell’arte va contro l’affermazione fatta prima, che cioè l’intelletto deve ‘contenere’ il genio artistico, per condurlo ad esprimersi al meglio…  La trasgressività che intendo, pensando all’arte, non si oppone alla lucidità e al rigore della ragione, al contrario!  Una trasgressione che non sia lucida, intellettualmente concepita ed espressa, è soltanto perdita del controllo, quando, addirittura, non rasenta la stupidità. È trasgressivo viaggiare contromano a fari spenti a 150 orari il sabato sera?  No, è soltanto idiota!

Nietzsche parlerebbe dell’opera d’arte, quella vera, come di trasgressivo ‘dionisiaco’, in confronto con l’’apollineo’: il (trasgressivo) dionisiaco è connotato da una prorompente e incontenibile sensualità;  (il dionisiaco) è potenza, è disordine – opposto non tanto all’ordine, quanto piuttosto all’ordinario –, not politically correct, non organico al sistema – direbbe Granisci –.

L’apollineo, invece, è il modello dell’eleganza, della perfezione, è l’angelicato, il patinato, l’espressione estetica portata alle sue estreme possibilità, quasi fine a se stessa; è il bello che non turba, è il bello seducente, ma non seduttivo, il bello che non sprigiona la passione, che non alimenta il desiderio, che non suscita suggestioni proibite, che non imbarazza; l’apollineo non spaventa, è il bello decorativo e, in fin dei conti, innocuo.

Per Nietzsche, la musica di Wagner era molto più apollinea, che dionisiaca.

Personalmente – il condizionale dell’opinione è d’obbligo! – collocherei un nudo di Fidia sul versante dell’apollineo; per contrasto, trovo il Crocifisso appestato di Isenheim del Grünewald parecchio dionisiaco; l’“ultima cena” di Dalì, anche quella, a mio avviso, è dionisiaca, specie nella persona del Cristo: questi è concepito dal pittore nudo e trasparente, mentre gli apostoli adoranti indossano pesanti piviali. La scelta dell’artista è teologicamente e biblicamente corretta…  Ma questo esula dal nostro discorso.

Apollinee sono certe rappresentazioni paesaggistiche, o nature morte del Manierismo italiano; la “Sagra della primavera” di Igor Stravinsky è assolutamente dionisiaca, almeno quanto la “Sagrada Familia” del visionario Gaudì.   Ripeto, sono tutti punti di vista personali, 100% di opinabilità.

Conoscerete senz’altro il capolavoro letterario di Hermann Hesse “Narciso e Boccadoro”: il nomade, l’amatore errante, il malato d’avventura emulo dell’Ulisse dantesco, è il campione del bello dionisiaco. Il monaco sapiente, recluso volontario dell’abbazia, incarna invece il perfetto apollineo.  Scegliete voi qual è il vostro canone preferito di bellezza …

Uno dei fondatori dell’antropologia religiosa, e della fenomenologia, Rudolf Otto, scrisse il suo capolavoro “Il Sacro” nel 1917, laddove chiama l’esperienza religiosa affascinante e tremenda al tempo stesso;  Dio attrae, ma anche  spaventa. Credo che R.Otto definirebbe il Bello di Dio più dionisiaco che apollineo.  Questo prete dalla mente originale e dallo spirito libero fu il primo a parlare del rapporto dell’uomo con Dio nei termini di sentimento di creaturalità: un sentimento ancestrale, matrice di tutti i sentimenti, unico nel suo genere, per molti versi ambiguo, o meglio, ambivalente; un misto di amore e terrore.

La fede cristiana parla dell’esperienza di Dio come di esperienza di soglia:  Dio ci attrae, ma non ci lascia avvicinare:  le due icone di Mosè al rovèto ardente (cfr. Esodo 3) e del Cristo Risorto che impedisce a Maddalena di toccarlo (cfr. Gv 20) esprimono bene questo desiderio negato, lo slancio umano che si infrange contro la distante impassibilità di Dio, come l’orgoglio del mare si infrange contro la scogliera.

Non vi ho teso una trappola, attirandovi con un titolo accattivante per poi rifilarvi la solita propaganda cattolica… state tranquilli!

Sono fondamentalmente convinto che l’unica esperienza che valga la pena di essere rappresentata in forma artistica è l’esperienza religiosa, l’esperienza mistica – preferisco usare il qualificativo ‘religioso’, non confessionalmente connotato – intesa come percezione di una totalità, di un Intero salvifico (Heilig) che va oltre il puramente naturale, il contingente fattuale, l’umano-solo-umano.

È un’esperienza aperta, mai del tutto esaurita, né esauribile e proprio per questo capace di essere desiderata, cercata, riconosciuta e infine raccontata utilizzando i linguaggi dell’arte.

Nel suo prezioso saggio ‘Sentieri interrotti’, il padre dell’esistenzialismo, Martin Heidegger scrive un capitolo intitolato: “Perché i poeti nel tempo della povertà”:  nella nostra società, il poeti, artisti della parola, sono gli unici in grado di decifrare le tracce di Dio:  non Dio, ma le sue tracce!  Dio è fuggito, costretto a dileguarsi a motivo delle derive tecnologiche verso le quali la scienza sta viaggiando senza più alcun controllo e senza più alcuna speranza di redenzione.

I poeti, scrive Heidegger, sono i sacerdoti che celebrano le tracce di Dio e le cantano a perpetua memoria. Per questo i poeti sono necessari in questo tempo di povertà (di valori, di ideali).

Walter Siti, romanziere e letterato contemporaneo, fa eco al filosofo tedesco, e propone un’analisi cinica e spietata della società e dei gusti attuali in fatto di bellezza artistica; eccone un passaggio:

“Nessuno crede più davvero nell’esistenza di Dio e di un altro mondo, del Paradiso e della resurrezione delle anime.  Se ci credessero, vivrebbero in tutt’altra maniera.

Per resistere senza la speranza nell’aldilà, e nel Paradiso, bisogna poter sperare nel paradiso in terra. (Non sto parlando di pochi intellettuali stoico-epicurei, sto parlando della gente comune). Dare l’illusione del paradiso in terra è l’obbiettivo finale del consumismo; o, se si vuole, il consumismo è una protesta per l’inesistenza di Dio. Comprando si è onnipotenti, soprattutto se compri qualcosa che ti serve a poco; i centri commerciali sono isole dei beati, dove (grazie all’aria condizionata) è sempre primavera, dove ogni tuo desiderio è un ordine, dove tutte le distanze si annullano, perché i prodotti di tutto il mondo si offrono fianco a fianco, a tua completa disposizione.  Chi ha pensato il KaDeWe, a Berlino, da ergere di fronte al Muro, l’ha pensato proprio come un frammento di Paradiso terrestre per far sbavare di voglia gli europei dell’Est. (Nei viali intorno, molta prostituzione; in quasi tutte le metropoli occidentali, i centri commerciali più lussuosi confinano coi quartieri del sesso).

La merce come surrogato della felicità, non è certo una scoperta nuova: il romanzo di Zola dedicato ai grandi magazzini (1883) si intitolava Au bonheur des dames.  Ma più il tempo passava, più ci si rendeva conto che alcune cose non erano comprabili: le persone, gli oggetti troppo distanti da noi, i sogni, i rapporti umani….  La falla rischiava di far abortire il progetto, o almeno di ritardarne l’avanzata trionfale; un modello di soluzione è stato fornito proprio dall’arte e dalla letteratura.  Fin da quando Dio c’era ancora, e la realtà era puzzolente, brutta, refrattaria, l’arte garantiva una via di mezzo, un mondo alternativo, informato ad una ratio superiore. Ad ogni scatto in avanti dell’economia, man mano che i cittadini d’Occidente facevano una vita più meccanizzata e standard, l’arte li risarciva di quel che andavano perdendo, i fiori, i sentimenti puri, l’eccesso, l’infanzia.  In quell’universo parallelo che assomigliava tanto alla realtà (questo spiega l’altra anomalia occidentale, di un’arte realistica), ma si poteva comprare, niente era più sottratto all’onnipotenza dell’uomo.  Potevi tenerti in casa l’immagine di due geishe che traversano un ponte sullo sfondo del Fujiyama, il dibattito tra due intellettuali rinchiusi in sanatorio, il sorriso di un parente defunto.

L’immagine, ecco la parola magica. Se si accettava che la realtà fosse sostituita dall’immagine della realtà, il paradiso in terra tornava ad essere possibile.

Se l’arte era capace di compiere questo, non restava che ampliare il procedimento, soprassedendo sulla qualità e puntando a un’arte di massa. E’ quello che il Novecento ha lentamente ottenuto, col cinema, col design, con la pubblicità, coi video musicali; e alla fine col look, con l’estetizzazione dell’esistenza, col trasformare in spettacolo la stessa informazione, e l’economia tutta.  Ormai si comprano (gli analisti sono concordi) non i prodotti, ma le immagini dei prodotti, la «life quality» che è garantita dal logo, lo ‘stile di vita’ Nike, Versace eccetera.

La politica è determinata dagli esperti lookologi che consigliano i leaders; i ragazzi di periferia sperano per il loro futuro di diventare come i ragazzi dei cartelloni, che i sarti hanno truccato da ragazzi di periferia.  Viviamo dentro uno show, il cui regista è la scommessa occidentale di fare a meno di un Creatore (con la conseguenza che dobbiamo essere creatori di noi stessi).

Si assiste a un fenomeno che potremmo chiamare l’invasione dei belli:  mentre la popolazione del Primo Mondo mediamente imbruttisce (troppo cibo, scarso movimento, età media più avanzata…), ci sono alcuni che si specializzano in bellezza, forniscono agli altri l’icona del corpo umano da desiderare – e viene desiderato in effetti –, sui grandi e piccoli schermi, sui manifesti che popolano le nostre città.  Non ha più importanza se quei corpi sono veri o finti, se la loro bellezza deriva da un’innata grazia genetica, o da laboriose plastiche chirurgiche (o da massacranti sedute in palestra, o da iniezioni di farmaci micidiali), dato che (quei corpi) valgono per la loro immagine e non per se stessi.  Si sta già dando il caso di alcuni corpi assolutamente virtuali, completamente costruiti al computer e capaci di suscitare passioni nel cuore degli adolescenti.

Il godimento artistico prevede una scissione dell’Io (io che credo alla finzione, io che non ci credo); sulla scissione dell’Io sono fondate le perversioni; ogni godimento artistico è strutturalmente perverso, come sosteneva Winnicott. Dunque, se l’Occidente ha instaurato un’estetizzazione di massa, questo vuol dire che il consumismo occidentale si fonda su una perversione di massa.

Man mano che lo sviluppo dell’estetica del supermarket orientava questo mito (dell’estetica a tutti i costi) verso l’ideale della palestra, il feddback che partiva dal mito persuadeva a sua volta le merci, i prodotti a erotizzarsi, presentandosi come segmenti di una forma sempre più unisex.  La curva di un gelato da passeggio, la mascherina anteriore di un’auto e un gluteo (maschile o femminile, poco importa) hanno cominciato a offrirsi come target indiscriminati per il desiderio.

Per alcune categorie sociali, l’immagine del corpo desiderato rimane fissa nel tempo (indipendente dalle caratteristiche umane di chi lo indossa), da quando sono ragazzi a quando muoiono;  proprio come le industrie vorrebbero che si stampasse la griffe dei loro prodotti nella testa dei consumatori.

Nel campo del pensiero, si potrebbe dire che l’equivalente dell’immagine è il cliché condiviso, accettato senza discutere; l’odierna comunicazione ci sta abituando progressivamente a maneggiare immagini di idee, invece che idee vere e proprie.

Un tessuto, come si vede, intricato di omologie; nelle palestre, ormai, i corpi femminili e i corpi maschili tendono a convergere e a confondersi: tra un seno femminile siliconato e pettorali maschili costruiti dagli anabolizzanti, il divario non è sostanziale.

L’importante non è più quello che un corpo fa, ma come si scambia alla borsa del desiderio".

 

Conclusione

La presunta espressione artistica che esalti queste presunte esperienze di bellezza è assolutamente falsa e deviante, nel suo iperrealismo da sirena. Come salvarci da queste trappole di falso bello e di falsa arte?  Io credo, e lo ripeto, riscoprendo il senso dell’Assoluto.

Ripeto, non è necessario dare un nome a questo Assoluto.  L’essenziale è che si torni alla fede, intesa come relazione con l’Assoluto, anche senza identificazione, né appartenenza ufficiale.

Intendiamoci, io non condivido l’opinione del giornalista britannico Sam Harris, il quale a suo tempo scrisse sul Times: “Una delle sfide più grandi di fronte alla civiltà del XXI secolo è, per gli esseri umani, parlare delle loro preoccupazioni più profonde riguardo all’etica, all’esperienza spirituale, alla sofferenza umana, in modi che non siano palesemente irrazionali. Dottrine religiose tra loro incompatibili hanno ‘balcanizzato’ il nostro mondo e queste divisioni sono diventate una continua fonte di spargimenti di sangue.   Nomi come ‘Dio’, o ‘Allah’ devono fare la fine di ‘Apollo’ e ‘Baal’,   devono scomparire,   altrimenti distruggeranno il mondo”.

L’arte è nata dall’esperienza religiosa, per celebrare il Mistero di Dio colto nella nobiltà della persona umana. Smarrire questo Mistero non significa solo smarrire Dio, ma anche smarrire l’uomo.

Al termine della mia esposizione mi piace prendere in prestito le parole dell’immortale Agostino di Ippona, il quale parla così del Cristo, sintesi perfetta di Dio e dell’uomo:

“Egli è bello nei cieli, bello sulla terra;

bello nel ventre materno,

bello nelle mani dei genitori;

bello nei suoi miracoli;

bello sotto la sferza;

bello quando invita alla vita;

bello anche quando disprezza la morte;

bello nel deporre la sua vita;

bello nel riprenderla;

bello sulla croce;

bello nel sepolcro;

bello nei cieli.”