CONFERENZA: "Oltre la seduzione"

 

Oltre la seduzione

quale percezione della bellezza?

(maggio 2012 – Politecnico di Milano)

 

 

Il titolo della nostra chiacchierata è stato ispirato da un precedente intervento che ho fatto giusto un anno fa, intitolato: “La seduzione trasparente”:  il motivo che mi aveva spinto a parlare del rapporto tra arte e bellezza, nei termini, appunto, di seduzione trasparente, me lo aveva suggerito un famoso quadro di Salvator Dalì, “L’ultima cena”, nel quale Gesù siede a tavola circondato dagli apostoli, addita se stesso come via che conduce al Padre; ma soprattutto è trasparente.  L’artista dichiarò che S.Giovanni della Croce gli aveva parlato in visione, ‘dettandogli’ il soggetto dell’opera e il modo in cui lo avrebbe dovuto rappresentare.

Il messaggio è che l’arte è vera arte quando se-duce, ma soprattutto con-duce a intuire l’esperienza profonda dell’artista, di cui il manufatto è espressione.  Un soggetto autoreferenziale, che seduca, sì, ma non conduca oltre sé stesso, non è artistico in senso proprio.

Proviamo a dire ancora qualcosa su questo tema delicato, ma molto affascinante.

Termini come arte, artista, artistico… sono usati spesso impropriamente, o con valenze semantiche che vanno ben oltre l’attività e l’opera di un genio. Addirittura la vita umana è descritta come un’arte: il filosofo contemporaneo Zygmunt Bauman, l’inventore delle espressioni ‘relazioni liquide’, ‘amore liquido’, ha scritto recentemente “The art of life” (2008), “L’arte della vita”, interessante saggio che indaga il rapporto tra ricchezza e felicità.

Realizzare un’opera ‘a regola d’arte’ significa curarla nei minimi particolari.  Chissà se colui che usa abitualmente un’espressione come questa ci ha mai riflettuto su…   L’arte ha delle regole? quali sono queste regole?  e chi le stabilisce?  Sarebbe come dire che l’amore obbedisce a una disciplina, a un decalogo di comportamento… forse che i sentimenti si possono codificare?  Se è così, l’amore non è più spontaneo, frutto di slancio, istintuale….  Non dico che sia vero, né che sia falso…  offro solo spunti di riflessione.  Quando si parla di amore, così come quando si parla di arte, di bellezza, non si può evitare di riflettere, di porre questioni di senso.

Lancio dunque a me stesso prima che a voi la sfida di porre la questione di senso sul tema oggetto della presente riflessione: e, visto che da qualche parte bisogna pur partire, parto dalla seguente domanda: quanto influisce, colui che guarda un’opera d’arte sulla bellezza intrinseca dell’opera?

In altri termini, il concetto di bellezza è un concetto convenzionale, legato ad una cultura, ad una civiltà?  A favore di questa affermazione deporrebbe la particolarità degli stili che si susseguirono lungo tutto l’arco della storia conosciuta, e soprattutto la marcata differenza tra gli uni e gli altri; giusto per citare un esempio, colpisce e fa pensare il confronto tra la purezza, l’eleganza e l’armonia delle forme della classicità greca e romana, cui fa riscontro la rigidità ruvida e quasi abbozzata della scultura primomedievale.  A tutta prima sembra una brusca caduta di stile, quasi una regressione a forme più primitive, meno evolute. Evidentemente il gusto artistico era mutato, segno anche della gravissima crisi che seguì al crollo dell’Impero Romano sotto la spinta delle invasioni barbariche, con le inevitabili contaminazioni culturali e dunque anche artistiche; le capitali d’Europa erano ridotte a un cumulo di macerie; le epidemie e le carestie fecero il resto.

 

1.  Esiste ancora un concetto di bellezza?

Esistono dei criteri – i cosiddetti canoni (della bellezza) – in base ai quali un manufatto si può definire bello-artistico? – ho in mente il movimento del Dolce Stilnovo sviluppatosi sul finire del Medioevo, alle prime luci del Rinascimento –.

Oppure, al giorno d’oggi la bellezza è un fatto del tutto soggettivo, o meno ancora, il concetto di bellezza non è più rilevante, perché non interessa più a nessuno?

Esiste certamente un legame tra bellezza e piacere...

Se l’espressione artistica è il frutto dell’esperienza dell’artista, risulta quantomeno curiosa l’operazione di oggettivare la bellezza, enucleando un concetto in base a canoni estrinseci, convenzionalmente ritenuti vincolanti per lo stesso artista, in quanto riconosciuti validi – imposti? – dalla critica specializzata; dal momento che, ripeto, il manufatto artistico è inscindibile da ciò che ha vissuto e vive il suo artefice.

Sorge il dubbio, se oggi all’artista importi ancora esprimersi secondo canoni oggettivi, oppure no.

Ricordate il famoso scherzo delle teste di pietra di Modigliani, escogitato da tre studenti italiani? un clamoroso falso, che tuttavia convinse molti critici autorevoli sull’importanza capitale della scoperta, e portò i tre buontemponi agli onori della cronaca.  Un esempio di come si possa far passare per opera d’arte un oggetto, a condizione che ricalchi fedelmente i canoni stilistici di un indiscusso maestro, quale appunto è Modigliani.

La questione del rapporto tra arte e critica dell’arte è questione annosa, controversa e delicatissima, soprattutto ai nostri giorni – che non mi sentano i critici d’arte! –.  Da quando, a metà del Seicento, compare la figura del mediatore d’arte, del mercante, dell’intenditore, del procacciatore di opere per conto di ricchi mecenati; da quel dì la fama dell’artista è legata a doppio nodo all’incontro talora fortuito con un talent-scouts, che ha il coraggio – i soldi e i numeri telefonici di gente che conta – per scommettere sul genio di lui.

In ultima analisi, cos’è che condiziona l’opinione comune, cos’è che fa per così dire tendenza e orienta il gusto?  il manufatto artistico, oppure il critico che ha potere di accreditarne il valore, o di stroncarlo?

Se si sottoscrive il punto di partenza, il fatto cioè che l’espressione artistica sia frutto dell’esperienza individuale dell’artista, rischiano ovviamente di saltare tutti i canoni oggettivi; e ciò che può pensare un (presunto) esperto, piuttosto che il gusto del pubblico, dovrebbero diventare per l’artista  irrilevanti, o quasi…

Senonché si rischia il cortocircuito: l’oggetto d’arte, concepito come espressione-comunicazione del vissuto profondo dell’autore, perderebbe la sua rilevanza di messaggio, quella rilevanza per cui è stato concepito e realizzato; se è vero che all’autore non interessa omologarsi ai canoni convenzionalmente riconosciuti come artistici, da parte di colui che, esperto, o semplice visitatore, riconosce l’opera di lui quale opera d’arte, e la ammira, e magari la compra…   o la scarta.

In verità un artista non è solo un soggetto dotato da Madrenatura di sensibilità particolare, capace di indagare la realtà più nel profondo – intus-legereintelligere –;  l’artista è in egual misura un comunicatore di ciò che vive.  Anzi, (l’artista) nutre un bisogno vitale di feed-back, di un riscontro, che ciò che è riuscito ad esprimere ha un valore non solo per sé, ma anche per gli altri.

L’arte è una vocazione, e come ogni vocazione, anche l’arte, a modo suo, è una missio ad gentes.

Il filosofo romantico Friedrich Schleiermacher (1768-1834) aveva già paventato il rischio della sostanziale incomunicabilità dell’esperienza religiosa, in quanto del tutto originale, assolutamente individuale.  Lo stesso rischio si prospetta per l’esperienza artistica, convogliata, manifestata in una istallazione pittorica, architettonica, fotografica, o in una composizione musicale.

Forse, oggi, non interessa più sapere se un opera è bella… l’essenziale è che dica qualcosa, esprima un vissuto, fosse anche il male di vivere, l’orrore della morte, l’angoscia del nulla…

Nella mia attività di direzione del centro culturale S.Bartolomeo di Bergamo, che contiene anche uno spazio espositivo, incontro molti artisti – per la verità i veri artisti sono pochi… –;  qualche anno fa ho avuto il piacere di conoscere un giovane e promettente pittore che dipingeva particolari anatomici: carne umana segnata dalla vecchiaia, dalla malattia, oppure mutilata, seviziata…

Indubbiamente c’era qualcosa di originale in quei quadri dal verismo a dir poco inquietante…

Ma l’originalità è automaticamente sinonimo di arte?

Che senso ha ricercare la bellezza in opere di questo genere?  in base a che cosa si possono definire belle?  Penso ai lavori di artisti dall’indubbio valore, come Mapplethorpe:  la bellezza dei suoi ritratti, è data dai soggetti catturati dall’obbiettivo, oppure dal modo originale e provocatorio di fotografarli, secondo il gusto controcorrente dell’artista?

Si identifica spesso il concetto di bello al fatto che piaccia, o non piaccia… “Non piace ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”, dice un vecchio proverbio.   Ma a queste condizioni, il concetto di bello diventa del tutto opinabile e praticamente si dissolve.

Forse l’indagine sul bello artistico ha fatto il suo tempo…  ogni disquisizione diventa oziosa e costituisce piuttosto una forma di violenza, perché ha la pretesa di estrarre l’intrinseco dell’opera, per elevarlo a concetto estrinseco…  un’operazione, del resto, inevitabile affinché vi si possa successivamente discutere…  In verità l’opera in sé costituirebbe solo l’avvio, poco più che un’occasione, un pretesto per confrontarsi; la vera discussione, il vero confronto non è più sull’opera d’arte, ma sul proprio e altrui concetto di arte…  Credetemi, ho assistito a innumerevoli inaugurazioni di mostre, ove il critico d’arte prendeva appena spunto dalla produzione dell’artista, per poi concentrarsi su se stesso e fare dell’accademia, di dubbia utilità, di ancor più dubbio interesse, e perdendo di vista l’oggetto protagonista della serata…

 

2.  L’arte e il pensiero

Nodo cruciale della presente riflessione è l’apporto della storia del pensiero, in particolare, il contributo della modernità e della postmodernità, sul tema del bello artistico

Credo che si possa convenire sul fatto che l’artista esprime nell’opera la propria percezione del reale; l’artista vive la sua personale esperienza del mondo e la racconta nei suoi manufatti.  Accorgersi del mondo è fondamentale; ma non del mondo in genere, men che meno del mondo virtuale, bensì del mondo che oggi si mostra agli occhi degli uomini e delle donne, del mondo che quotidianamente incontriamo e del quale, volenti o nolenti, facciamo parte,.

Credo di non sbagliare se dico che l’arte è nata come esaltazione, celebrazione del senso religioso.

Credo di non sbagliare se dico anche che la stessa cultura è stata fortemente influenzata dalla religione; soprattutto in epoche come il Medioevo, i maggiori testimoni del pensiero e dell’arte erano uomini di Dio, oppure al servizio della Chiesa.

Questa situazione ha prodotto certamente importanti risultati;  tuttavia mancherei di obbiettività e anche di senso storico, se negassi che la Chiesa ha talvolta condizionato la cultura, il pensiero e l’arte.  Non è stato facile per la Chiesa accettare le sfide politiche e culturali del Rinascimento, dell’Illuminismo, della Modernità e Postmodernità

Il Medioevo è tradizionalmente ritenuto l’epoca in cui il pensiero cristiano fu in grado di integrarsi meglio con la cultura.  L’Era moderna segnò il tramonto di questo proficuo sodalizio.

Non intendo uscire dal tema, traghettando la riflessione sul campo minato della fede; non vi preoccupate, non è da me tendere simili trappole all’uditorio…  Ma non si può trascurare il fatto che, in talune epoche importanti della storia passata, la cultura, la politica, l’arte passassero dai palazzi apostolici… Fu un bene? fu un male? Ai posteri l’ardua sentenza.  Quel che è certo è che i palazzi apostolici ne trattennero gran parte; e oggi possiamo ammirarne i capolavori pagando il biglietto…

Superata la crisi del Rinascimento e dell’Illuminismo, quando la parola d’ordine sembrava essere “contrapposizione” tra fede e cultura, la Chiesa tentò di accogliere in modo costruttivo la sfida della modernità: una sfida a cui, del resto, la Chiesa non poteva sottrarsi, se si tiene presente che l’aggettivo modernitas era stato coniato fin dal V secolo proprio dalla Chiesa, per definire la novità del cristianesimo, rispetto all’antico mondo greco-romano.  La cultura greco-romana (pagana) era ritenuta antica (antiqua), nel senso di pre-cristiana.  Rispetto a questa (cultura), il cristianesimo rappresentò la novità, la modernità.

Con il passare del tempo, i cristiani avvertirono sempre più la necessità di non smarrire le proprie origini (evangeliche e apostoliche). Lo stretto legame con la tradizione portò il cristianesimo a interpretare diversamente i termini antico e moderno, al punto da invertirne la valutazione: la tradizione cristiana diventa antica e, in quanto tale, acquista un valore positivo; anzi, di più, la Tradizione con la ‘T’ maiuscola è uno dei capisaldi del Magistero della Chiesa.

Moderna era invece ogni innovazione che potenzialmente attentasse all’auctoritas della Tradizione, assumendo così una valenza negativa.  In ultima analisi, il cristianesimo, nato come modernità, finì per essere riqualificato come antichità, soprattutto a partire dal XVII secolo.

È tipico di ogni forma di cultura difendere la propria identità legandosi al tempo passato o presente, antico o moderno, nel quale riconosce la sua origine e la sua verità.

Ma c’è dell’altro: secondo la cultura di matrice cristiana, lo stesso concetto di novità, di rinnovamento si definisce come fedeltà alla tradizione, intesa nei termini di custodia e di consegna dell’unica Verità. Dunque, il cristianesimo non concepisce la Tradizione secondo la categoria temporale; ripeto, la Tradizione è sinonimo di fedeltà.

L’epoca moderna ha prodotto una concezione di novità del tutto diversa, passando dalla novità- come-fedeltà alla novità-come-rivoluzione.  Non più aggancio al passato, ma, al contrario, rifiuto radicale del passato e abbandono della tradizione.  La Rivoluzione francese inaugura il concetto di novità senza tradizione;  e questo concetto diventa la sfida della modernità alla cultura cristiana.

Altri aspetti della cultura moderna sono: l’importanza dell’individuo, la libertà soggettiva,  la libertà e autorità della scienza rispetto a qualsiasi altra autorità, soprattutto religiosa.

La questione centrale è costituita dalla suddetta idea di rinnovamento inteso come rivoluzione, dove la novità non veniva più legittimata risalendo alle fonti, alle origini, alla tradizione.

La postmodernità segna il tramonto di alcuni miti della modernità: l’indiscussa fiducia nella ragione, nel progresso tecnico-scientifico, nel dominio sulla natura e nello sfruttamento illimitato delle risorse da parte dell’uomo.

Comincia a farsi strada il principio della differenza: sia la natura, sia le diverse culture devono essere rispettate nella loro alterità rispetto alla razionalità tecnica e alla civiltà occidentale.

Il cristianesimo antico e il mondo moderno hanno senso se assunti nella loro differenza specifica.

A onor del vero, anche in contesto cristiano-occidentale è sempre stata ammessa la diversità di espressioni teoriche e pratiche; questo pluralismo – parola assai temuta oggi! – era ed è tuttora mantenuto all’interno di una visione globale unitaria e, soprattutto, entro il fondamento inalienabile della fede.

Dal canto suo, la modernità, ancor più sensibile al concetto di differenza, è stata capace di promuovere quelle posizioni ideologiche che erano escluse dalla cultura cristiana.

Anche per la modernità si deve tuttavia riconoscere che il pluralismo poggia ancora, per lo più, su un fondamento universale, necessario, non negoziabile: questo fondamento universale si chiama intelletto, razionalità argomentativa e dimostrativa.

Si può concludere che tanto l’antica cultura cristiania che quella moderna, più o meno secolarizzata, concepiscono la differenza a partire dal fondamento: la fede per il cristianesimo, la ragione per la cultura secolarizzata.

 

La postmodernità compie il passo decisivo verso l’abbandono di ogni fondamento universale e necessario.  Il postmoderno concepisce la verità come un’entità fluida, discontinua, costantemente plasmata e riplasmata nel volgere del tempo.

Al “cogito ergo sum” si sostituisce il “dubito ergo sum”; al principio della verificazione – una tesi si accetta se se ne può dimostrare la verità – subentra quello popperiano (K.Popper, 1902-1994) della falsificazione – una tesi può dirsi valida solo se è possibile falsificarla sperimentalmente –.

Il mondo contemporaneo è sempre più segnato dal pluralismo, che spesso si trasforma in vuoto ideologico, nell’assenza di ogni senso e di ogni orientamento.  Poiché non vi è alcuna formulazione che possa contenere ed esprimere la verità tutta intera, poiché non vi è nessun racconto che dia fondamento all’esistenza, il pensiero risulta inevitabilmente debole, un infinito gioco interpretativo che non raggiunge mai un referente forte e definitivo.

È stato scritto che la cultura postmoderna è il cimitero delle grandi illusioni.  Essa decreta la morte di Dio, la morte dell’uomo, la morte della comunità, la morte del soggetto, la morte della ragione…  In questa generale ecatombe si riscontra la scomparsa delle identità forti, identità caratterizzate in passato dalla universalità e dalla necessità.  L’interesse è sempre più rivolto a ciò che è contingente, a ciò che appare nella fluorescenza e nell’edonismo dei mass-media.

Anche la filosofia si è in un certo senso pervertita:  non fonda più l’agire dell’uomo, ma, al contrario, è fondata dallo stesso agire;  perché l’agire si identifica con il produrre.  La filosofia del mercato canonizza ed eleva a principio ontologico il cambiamento: non c’è niente che duri, tutto si rinnova in nome del progresso tecnologico sempre più veloce e affannoso. La novità è inversamente proporzionale alla durata. Parola d’ordine della postmodernità – purtroppo, molto più che una parola, un vero spettro esistenziale –: ‘precario’;  non c’è più nulla che duri, nulla di stabile, di definitivo;  tutto è liquido (Bauman), a termine…  Se non c’è nulla che vale nel tempo e per tutti, cade anche il concetto di valore, caratterizzato appunto dal fatto che vale nel tempo, per tutti e per ciascuno.

Il ricordo di una verità oggettiva e immutabile è ormai lontano da ogni possibile immaginazione, e quindi, irreale.  Ciò appare soprattutto se si considera il lento e inarrestabile abbandono di quella ricerca dell’universale che aveva caratterizzato tanto l’antichità (pagana e cristiana) che il medioevo e la modernità: basta pensare all’estinzione delle Summe teologiche e scientifiche – Alberto Magno, Tommaso D’Aquino… –.  Assurge il primato del particolare, del singolare – le specializzazioni sono sempre più specializzate, si è sempre più competenti di porzioni sempre più piccole dello scibile umano –:  e pensare che nel Medioevo si insegnava che “de particulari non est scientia”!

La differenza tra i soggetti – individui, società, culture – è cosi marcata e radicale che non ammette alcun fondamento universale, alcuna comunione e comunicabilità: tutto è differenza senza fondamento.  La solitudine e l’individualismo sono i mali del nostro tempo.

Il cristianesimo aveva dovuto affrontare la sfida moderna del ‘nuovo senza tradizione’;  oggi, dobbiamo misurarci con un’altra sfida, assai più pericolosa: ‘la differenza assoluta,  priva di alcun fondamento’.

In questo scenario culturale, ha ancora senso parlare di modelli oggettivi?  di Vero oggettivo, di Bello oggettivo?... La volta scorsa concludevo la mia riflessione facendo appello alla ricerca dell’Assoluto, che l’uomo di ogni epoca ha avvertito come bisogno ineludibile, e che può di nuovo rivelarsi capace di dare un fondamento al vivere umano.

Alludendo all’esperienza dello spirito, il filosofo Ludwig Wittgenstein (1889-1951), autore del Tractatus logico-filosofico, diceva che “di ciò di cui non si può parlare si taccia”; coloro che in seguito ereditarono il suo pensiero, conclusero assai più drammaticamente che “ciò di cui non si può parlare non esiste”.  In occasione di un’intervista, il maestro del neoempirismo, ormai vecchio, riconosceva tuttavia che è necessario trovare un modo per comunicare ciò che l’uomo vive e sente di vivere nel profondo del suo intimo…  Forse questo è ancora lo spazio per l’espressione artistica, uno spazio che la scienza e la tecnica non possono, né mai potranno usurpare.