OMELIANDO

OMELIA.. che fatica!

 

Ecco, il seminatore usci a seminare.  E mentre seminava, una parte del seme cadde sulla strada… Un’altra parte cadde in un luogo sassoso… Un’altra parte cadde sulle spine… Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto…” (Mt 13,3-9).

 

Periodico e vivace ritorna il dibattito sulla qualità della predicazione in chiesa.

Si rileva diffusamente che le prediche domenicali sono noiose, innocue e poco significative.

Sembra che le novità del Concilio non siano ancora diventate stile pastorale consueto, e ciascuno si arrabatta come può a svolgere questo pur fondamentale compito del ministro ordinato.

Il card.Martini afferma: “L’omelia è un modo sui generis, che trovo molto difficile, forse il più difficile, tra i modi con cui la Chiesa gioca, lavora, opera con la S.Scrittura…”.  Egli si consola ricordando che persino sant’Agostino scriveva:  “Anche a me il mio parlare non piace quasi mai.  Vorrei esprimermi meglio”.  E se lo diceva lui!

 

L’omelia è a rischio, è un rischio

L’attenzione alla situazione di disagio pratico e di incertezza teorica che grava sull’omelia richiama istintivamente la parabola evangelica citata all’inizio, come a suggerire che l’omelia è un messaggio a rischio.  Essa incontra il rischio costituito dall’omileta, e quello configurato dai diversi terreni di ricezione (i fedeli); incontra il rischio dei difficili e complessi contesti culturali e sociali, quello della concorrenza dei mass-media… Del resto, il rischio è connaturale, è costitutivo all’essere e al prodursi dell’evento-omelia: accade nel suo fragile spessore antropologico che la Parola di Dio torni a correre il rischio, sempre e di nuovo;  l’omelia è sempre un’avventura

Questa breve riflessione è volta ad esplorare, a modo di avvio, i diversi rischi – potremmo chiamarli anche le diverse sfide – che incontra questo segmento della celebrazione eucaristica;  come tali, dobbiamo prima di tutto accoglierle, per consentire che nuovi atteggiamenti e pratiche possano emergere e svilupparsi.

 

Il contesto del ministro non è lo stesso contesto dei fedeli

Molti fedeli confessano di avere spesso l’impressione che l’omelia risenta di un mondo – quello clericale – ordinato, alla luce del quale i preti interpretano la Parola di Dio, e la annunciano senza chiedersi se i fedeli che ascoltano condividano lo stesso ordine del mondo e lo stesso senso delle Scritture.  Riflettere sull’omelia significa allora riflettere sull’attenzione che il ministro rivolge all’uomo, alla cultura e alla società da cui non può astrarre, nonché alle dinamiche comunicative; a “quest’uomo qui e ora”, chiamato a vivere l’atto di fede in questo particolare momento liturgico, immediatamente, contemporaneamente, non soltanto dopo che la Messa è finita.

 

L’omelia va collocata entro l’azione liturgica globale

La corretta e doverosa ricollocazione dell’omelia entro la globale azione liturgica esige – più che sussidi stampati, peraltro preziosi, utili a confezionale l’omelia – un ripensamento globale e una seria presa in carico dell’esperienza simbolico-rituale da parte della teologia e della prassi pastorale.

La predicazione liturgica rappresenta ‘soltanto’ uno dei linguaggi comunicativi dei quali il rito si serve per favorire nei fedeli l’esperienza liturgica, la percezione di Dio che rivela se stesso nei santi segni, dei quali, uno particolarmente efficace è – dovrebbe essere, il condizionale è d’obbligo! – per l’appunto la parola.   La riuscita della sintesi attiva tra polo antropologico e polo teologico dipende anche e in modo non secondario dall’equilibrio tra le parti, tra i segmenti della celebrazione;  una delle condizioni determinanti e la calibrazione dei tempi… bando agli eufemismi benevoli e ai giri di parole inutili: la Messa non è l’omelia!

 

L’omelia respira a due polmoni

Un mio vecchio confratello domenicano, dichiarava che un Predicatore che si rispetti dovrebbe sempre avere gli occhi aperti sulla Bibbia, da una parte, e sul giornale quotidiano, dall’altra.

In altri termini, è fondamentale cogliere le tendenze culturali e antropologiche utili a comprendere come preparare al meglio un’omelia.  La cultura è indubbiamente il contesto in cui un’omelia va costruita e diventa efficace.  Problema: stabilire oggi un nucleo di fondo della cultura è quasi impossibile.  Abbiamo di fronte una “nebulosa culturale”, qualcosa di sfuggente; significati talmente soggettivi – non solo per chi ascolta, ma anche e prima di tutto per il ministro ordinato –, portati da fattori aleatori e imprevedibili;  credenze e valori mantenuti “fino a nuovo avviso”…  insomma una situazione da sabbie mobili, davvero scomoda e rischiosa.

 

L’omelia è un modello di comunicazione

Non possiamo trascurare il fatto che l’omelia è primariamente un fatto comunicativo, mediazione comunicativa…  Soprattutto oggi, l’essenza di un fatto culturale è sempre più condizionata dai mezzi di comunicazione, dalle modalità che favoriscono la trasmissione/ricezione del messaggio.  Da qui un altro rischio/sfida:  l’alterazione del contenuto da parte delle modalità e dalle tecniche di comunicazione;  quando si dice che la comunicazione dipende per il 40% dal contenuto e per il 60% dalle modalità con le quali il contenuto viene espresso…

Insomma in una situazione culturale nella quale la pluralità connessa all’individualismo e alla soggettività (soggettivismo?) abita largamente e la fa da padrone;  in presenza di processi reali di produzione di diversità, di eterogeneità comunicativa anche tra soggetti che si riferiscono alle stesse convinzioni di fondo e vivono ideali analoghi – vedi la nostra situazione di frati di una medesima comunità –, di informazione epidermica contro il significato…; l’omelia è chiamata ad essere più che mai comunicativa e significativa.

 

L’omelia è il luogo dell’improvvisazione liturgica

Ancora.  è stato autorevolmente affermato che, nel contesto dell’intera celebrazione, l’omelia è di sicuro il luogo dell’improvvisazione; non nel senso di buttar lì qualche parola senza essersi preparati;  ma perché l’omelia non è condizionata alle formule rituali che vincolano tassativamente  l’attore liturgico negli altri segmenti del ritoCome improvvisazione, l’omelia è la parte che incontra in modo più diretto la storia presente e deve fare i conti con il vissuto esperienziale:  l’omelia è la condicio sine qua non affinché la Parola di Dio intercetti la parola degli uomini, le loro situazioni, le loro necessità, i loro drammi, le gioie, le speranze, le delusioni…  Insomma, l’omelia è la chiave di accesso alla comprensione delle Verità rivelate e alla coniugazione di queste con la vita, o, più propriamente (della coniugazione) della vita con le Verità rivelate.

 

Omelia e mistagogia

Una delle critiche più diffuse è che l’omelia si presenta spesso come non-religiosa,  qualcosa che non produce alcun rimando a quell’atto costitutivo e consolante dell’apertura a Dio, contestuale all’atto di culto.  Il prete parla di tutto, di politica, di economia, di psicologia, di morale, di cultura, di arte, di lavori parrocchiali… tranne che di Gesù Cristo. L’omelia non favorirebbe il coinvolgimento totale della persona, non farebbe appello alla sua libertà, al suo discernimento, alla sua coscienza cristiana…  Più spesso l’omelia è uno strumento in mano, o meglio, in bocca al ministro ordinato per rivolgere invettive, giudizi, per rinfacciare le colpe ai fedeli;  i quali non si sentono soggetti della celebrazione, ma piuttosto oggetti, talvolta vittime addirittura dell’autorità ecclesiastica rappresentata dal prete che parla all’ambone.

L’omelia dovrebbe essere invece un momento tipicamente mistagogico, cioè formativo, esaltante, consolante, incoraggiante, parenetico in senso forte, all’interno dell’agire liturgico.

Dal punto di vista sociologico, più che semplice informazione, l’omelia dovrebbe essere in modo pleniore comunicazione: il linguaggio è sapienziale, parte dall’esperienza e si apre al senso dell’esistenza dell’uomo, coinvolgendo la sua vita in tute le sue scelte.  Il dato performativo – l’attore diventa ciò che dice – deve prevalere sul dato prescrittivo-morale.

Anche se potrebbe sembrare superfluo e lapalissiano, l’omelia ha un rapporto diretto e obbligato con la S.Scrittura e l’eucologia:  molto concretamente si tratta di acquisire una competenza che non coincide con quella dell’esegesi storico-critica.  I testi biblici del Lezionario non sono infatti esattamente i testi biblici della Scrittura:  acquisiscono un nuovo contesto, nell’insieme degli altri testi (pericopi bibliche, orazioni…) e dei gesti; il testo biblico, fonte del testo omiletico, rivive ed è fatto rivivere in e da una situazione celebrativa circoscritta e storica più globale.  Questo contesto storico-celebrativo fornisce criteri ermeneutici dai quali non si può prescindere.

 

Significatività dell’omelia

Le tendenze moraleggianti abusive non possono che essere ricondotte entro un quadro generale di debolezza che affligge la prassi ecclesiastica. La radice profonda risiede nella inadeguata comprensione teologico-pastorale della natura dell’omelia.

L’omelia va ricondotta nell’orizzonte dell’alleanza, intesa quale rapporto qualificato con il Dio vivente nel nostro Signore Gesù Cristo:  un rapporto che deve essere frutto di vocazione e deve avere come esito l’impegno della missione.  La riqualificazione dell’omelia all’interno dell’orizzonte dell’Alleanza, aiuta a rivalutare il linguaggio profetico, come il migliore apportatore di senso, affrancato dai facili moralismi.

Quale compito ha l’omelia e come è in grado di assolverlo?

Nella misura in cui illumina e stabilisce una relazione tra rito e vita, tra il celebrato e il vissuto, tra momento cultuale e istanza morale dell’esistenza cristiana.

L’arte del ben celebrare insegna che il rito è la forma sintetica dove trova realizzazione tutto l’agire dell’uomo;  la parola rituale (in modi diversi, la parola è sempre rituale) è uno dei momenti più alti del compimento dell’agire umano.  La parola ha la fisionomia intrinseca del rito, nel senso che essa ha la struttura dell’atto attraverso cui il soggetto confessa la verità che lo precede e che sola può dischiudergli la via della vita:  la via della speranza, del volere, del promettere, del consentire…

Pertanto l’omelia è chiamata a convertire la vita, deve cioè illuminarla e rivelarla come il tempo della libertà e della dedizione di sé – che cos’è la vita se non l’unica occasione di manifestare la libertà e donarci? –;  questo è possibile quando l’omelia si dà non come parola che insegna, ma come parola che annuncia, che procede dal presente atto di fede dell’omileta e mira a suscitare il presente atto di fede in coloro che ascoltano.

Va da sé che questa delicata indagine sulla significatività dell’omelia getta una luce importante sulla statura spirituale dell’omileta:  l’improvvisazione alla quale alludevo sopra e la creatività propria dell’atto liturgico – istanza poietica e valenza ludica di Guardiniana memoria – si innervano in una rigorosa fedeltà al referente teologico e antropologico del rito – fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo –.  Per questa via l’omelia si fa attuazione della Parola e attenzione agli interlocutori: rivelazione di senso alla vita che ne va in cerca e propiziazione di un consenso libero.